Acqua passata non macina più...

Gli antichi mulini tra Reno e Panaro

Una ricerca sul campo

La caratteristica più evidente del medio Appennino fra Bologna e Modena è data dalla ricca natura presente e da un ambiente ancora incontaminato, dove l'antropizzazione non è stata troppo invasiva e dove flora e fauna trovano i loro habitat ideali.
Oltre ai due fiumi di riferimento, Reno (Bologna) e Panaro (Modena), che tracciano l'orografia del territorio, queste sono zone ricche di acque, di rii e corsi d'acqua minori. Numerose le sorgenti naturali, come quelle di Cereglio e Tolè (Vergato) e Maserno (Montese), dove si imbottigliano ottime acque minerali, così come non mancano le cascate, come quelle di San Cristoforo a Labante (Castel d'Aiano), di Striscialacqua a Maserno e dell'orrido di Gea (Montese). (tratto da www.promappennino.it)

La ricchezza d'acqua e i numerosi dislivelli presenti sul territorio hanno messo a disposizione dell'uomo, fin dai tempi antichi, una grande quantità di energia, che ha a sua volta consentito il fiorire di una vera e propria industria diffusa. Fino al secondo conflitto mondiale erano infatti presenti, su tutta l'area collinare e montana situata tra i fiumi Reno e Panaro, mulini per macinazione di cereali e castagne, ferriere, segherie, gualchiere e pile da riso. Tutti azionati dalla forza motrice dell'acqua.

Nei secoli passati i mulini ad acqua costituirono uno dei principali sostegni alla vita economico-sociale del territorio, sia perché sfruttavano a bassi costi una forza motrice che restituivano ad altri usi, sia perché proprio nel loro ambito si chiudeva un cerchio produttivo che, iniziato nel lavoro della terra, trovava la sua conclusione fra le macine, prima dell’uso sulla tavola.



Il Samoggia in località Fagnano
 

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